Lasciava sempre qualcosa,non per bontà,ma per paura.
Una tazza d'acqua sul tavolo, un pugno di carbone vicino al camino spento. Così le aveva insegnato sua madre:
"se non li fai mangiare, vengono a prendere da te"
Per anni lo fece e la casa rimase tranquilla.
Poi trovò lavoro fuori,tornava tardi, stanca e una sera si dimenticò.
La seconda sera disse:
"Che cazzo me ne frega"
La terza sera lasciò la tavola vuota apposta.
Quella notte il carbone che aveva in cucina, anche se era in un sacchetto chiuso, era diventato tutto bagnato, come se qualcuno ci avesse buttato l'acqua sopra.
La notte dopo sentì dei passi,tanti passi.
Si svegliò e la casa era gelida,il tavolo che aveva lasciato vuoto ora aveva sei sedie intorno, che lei non aveva mai comprato.
Erano lì,in piedi, attorno al tavolo.
Donne, uomini, con la veste bianca sporca di fuliggine,con un piatto di rame in mano.
Non chiedevano più.
La guardarono e iniziarono a recitare tutti insieme, con una voce seguita da un'eco.
"Carvuni spintu e tàvula sbacantata,
cu sgarra cu nuàtri a vita l'ha leccata.
U pani nni togli?
A paci nni levi?
Ora si ccà e u sangu tò nni vivi.
Ccà resti ferma, ccà perdi a vuci,
pi sempri schiava dâ nostra cruci"
Lei voleva urlare,ma la voce non uscì.
Voleva correre alla porta,ma le gambe non si mossero.
L'ultimo che recitò la filastrocca fu quello più vicino a lei.
Si avvicinò e le disse all'orecchio:
"Tu a nuatri non nni lassi"
La mattina dopo la casa era vuota. Tavola sparecchiata,carbone spento.
Se non rispetti I patruneddi rì casa e lasci la tavola vuota, anche tu di notte, li sentirai.
I patruneddi rì casa testo di Annabelle